mercoledì 1 agosto 2012

2 La giustizia è un'equazione? Ossia: la Giustizia oltre la Pena.

Goya - Fucilazioni del 3 maggio
"Il mondo [...] del mito indiano e greco sono eternamente uguali e senza uscita. Ogni nascita è pagata con la morte, ogni felicità con la disgrazia. Uomini e dèi possono cercare, nell'intervallo a loro disposizione, di distribuire le sorti secondo criteri diversi dal cieco destino: da ultimo l'esistente, la realtà, trionfa anche su di loro. Anche la giustizia, strappata al fato, reca i suoi lineamenti [...] Colpa ed espiazione, felicità e sventura, sono così, per la giustizia mitica come per quella razionale, i membri di un'equazione. La giustizia si perde nel diritto. [...] Il suo strumento è l'uguaglianza [...] che regola, nella civiltà, la pena e il merito. Il passaggio dal caos alla civiltà [...] nulla ha mutato al principio dell'uguaglianza."
(Horkheimer-Adorno, Dialettica dell'Illuminismo, p.26)

Lo strumento della giustizia è l'uguaglianza: lo stesso concetto espresso dal luogo comune secondo il quale giustizia sarebbe "pagare i meriti con uguali ricompense, le colpe con uguali pene".
Ma conseguenza di questa visione, a primo acchitto scontata e corretta, è che la giustizia viene intesa appunto come lo stabilirsi di una semplice equazione. Equazione che può al massimo ristabilire il bilanciamento di un ordine, non emendarlo:  far corrispondere ad una colpa una pena non è altro che il tentativo di "chiudere il cerchio" riequilibrando i fattori in modo tale da ricostruire un ordine corrispondente a quello iniziale; il quale non può mai, dunque, venir migliorato dall'applicazione di una tale forma di giustizia; ma, tutt'al più, restaurato. La giustizia così ideata non conta tra i suoi compiti quello di instaurare circoli virtuosi: ma solo quello di evitare, quando può, quelli viziosi tramite la restaurazione di un bilanciamento.

Il modo in cui si tenta di raggiungere tale bilanciamento punta non è, poi, altro che un gioco al ribasso: si pensa di pagare un atto di forza (indebito - il crimine) con una secondo atto di forza (questa volta visto come lecito - la pena) che corrisponda alla gravità della prima. Bisognerebbe domandarsi se infliggere un danno al colpevole possa eliminare il danno arrecato alla vittima: se questo può essere vero nei casi in cui il danno è pecuniario, e può essere semplicemente ripagato con una multa di una somma conveniente rispetto a quella persa dalla vittima, in casi ben più irrimediabili e gravi ciò si dimostra, alla luce della comune esperienza, una pura illusione. Nei casi di omicidio, violenza e via dicendo nessun tipo di coazione sul colpevole può veramente annullare il danno subito dalla vittima. La pena, in questi casi, non è altro che una seconda coazione, seppur legittimata dal nostro senso dell'equità e dal già citato concetto di uguaglianza, che si aggiunge alla prima senza cancellarla.

Mi pare che una giustizia del genere sopra elencato sia, in fin dei conti, una giustizia che prende atto dell'impotenza umana di fronte alla realtà dei fatti bruti: quell'impotenza che, non potendo eliminare il male alla radice, si limita a "ripagarlo" con altro male; una giustizia che accetta acriticamente l'ordine di partenza (quello precedente al crimine) come buono, senza metterlo in discussione ma limitandosi a restaurarlo qualora venga violato. Una giustizia, insomma, che non si propone nè di evitare il male, nè di migliorare ciò che si ritrova tra le mani come già dato, creando del bene prima assente e trascendendo la logica dell'equazione.

Se tale giustizia appare legittimamente valida agli occhi di chi, nel nome di un buon senso che ha preso atto dell'inestirpabilità del male per le misere forze della specie umana, sa che tutto ciò che si può sperare consiste, nella maggior parte dei casi, in un pallido rimedio alle sventure che non siamo in grado di evitare in partenza, mi sembra tuttavia altrettanto legittimo far presente che essa non è nè l'unica, nè la più alta forma di giustizia in cui, proprio come specie umana, siamo chiamati a sperare. Se non si accompagna ad essa anche una forma di giustizia che speri di riuscire a giocare al rialzo creando nuovo bene, allora saremo davvero schiavi dell' "esistente".

Oso una nota conclusiva di carattere "spirituale". Mi chiedo infatti se non sia, forse, in questo senso che vadano interpretati alcuni passi evangelici sulla giustizia che, intuitivamente, sembrano cozzare con le nostre idee comuni, come ad esempio:
"Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due." (Matteo 5:38)


2 commenti:

  1. Articolo interessante! Lo condivido, special modo nello spirito.

    Mi ha fatto ricordare una riflessione che magari può essere spunto per un futuro post che arricchisca la questione.

    Un amico del diritto una volta mise a fuoco i motivi della pena nell'ambito giuridico:
    1) Il deterrente. Se tu rubi e io ti fermo e ti metto in prigione ci penserai maggiormente.
    2) La reiterazione. Il reo potrebbe ripetere nuovamente l'atto se non viene punito. Basti pensare ai casi di stupro, cosche mafiose, rapine e scippi.
    3) La rieducazione. Il tentativo con pene idonee di educare la persona per prepararle alla reintroduzione nella società.

    Ognuno di questi andrebbe analizzato e problematizzato, non sono esenti da interrogativi e sfumature, ma ad una prima approssimazione sono quelli che vengono utilizzati dai sostenitori di una pena "ne peccetur" ("affinché non si pecchi"), pena utilitaristica.


    L'insufficienza di questi si pose in modo significativo, ad esempio, al processo di Norimberga.
    Anziani gerarchi nazisti che avevano ordinato di loro pugno, per loro iniziativa e idea, l'uccisione e gli esperimenti sopra i corpi vivi e coscienti delle persone.
    Il deterrente era poca cosa. Non si correva il rischio nelle condizioni in cui si trovava la Germania di vedere rifondato un nuovo regime.
    La reiterazione. Alla loro età e senza nessun regime in atto era impossibile.
    La rieducazione al reintegro. Molti di questi non abiurarono, ammesso inoltre che la pena potesse offrire effettivamente una rieducazione utile alla società di questi anziani individui.

    Se volendo si potevano forzare questi fini, non credo che tra questi se ne troverebbe mai uno veramente sufficiente. Chi si sentirebbe a questo punto, non essendoci prospettive effettive per la vita di queste persone, di lasciarle vivere tranquillamente fino alla fine dei loro giorni?

    Questo diventa solo un caso, a mio avviso, dei motivi per cui non si possa fare a meno anche di pensare una pena "quia peccatum est", "poiché si è sbagliato".
    << Precisa Cattaneo, essa "discende da un principio di giustizia che colui il quale ha arrecato ad altri un male, che ha violato un diritto altrui, non possa semplicemente continuare a godere indisturbato i benefici del vivere in società">>.
    Questa va sicuramente limitata, onde evitare che lo stato diventi passionale, semplice vendicatore, infliggendo pene volte unicamente alla sofferenza. Deve mantenere chiaro che la pena non restituisce niente alla vittima e alla società.

    E' il difficile compito di ponderare il principio di Cattaneo, difronte al guardare unicamente all'avvenuto, che non serve molto, ma trascurarlo diventa inaccettabile, anche se le speranze e i fini che si rivolgono al futuro spariscono e sembrerebbero giustificare un falsamente benevolo e indifferente andare avanti.

    Penso non sia affatto quello che tu auspichi, è uno spunto che sarebbe interessante vedere sviluppato come concretizzazione dello spirito da te trattato :)

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  2. PS: Spero che i possibili giuristi che leggeranno saranno clementi e perdoneranno i miei errori o inesattezze.
    Un ben più serio contributo alla questione l'ho trovato in: http://amministrazioneincammino.luiss.it/wp-content/uploads/2010/04/articolo-2.pdf.

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